Κυριακή, 13 Σεπτεμβρίου 2015

Un Greco storico di Sicilia, Diodoro Siculo (Διοδωρος ο Σικελιωτης) Biblioteca Storica

Diodoro Siculo (Διόδωρος, Diódōros; Agira , antica Agyrion, 90 a.C. circa – 27 a.C. circa) è stato uno storico siceliota, autore di una monumentale storia universale, la Bibliotheca historica. Nato in Sicilia, ad Agira: il suo traduttore inglese, Charles Henry Oldfather, infatti sottolinea la "singolare coincidenza" che una delle uniche due note iscrizioni greche di Agyrium (IG XIV, 588) è la pietra tombale di un "Diodoro, il figlio di Apollonio". Girolamo scrive che Diodoro fiorì (cioè ebbe 40 anni) nel 49 a.C. e questa data pare confermata dalle stesse parole dello storico greco. Il più antico tratto autobiografico che egli segnala nella sua opera è il suo viaggio in Egitto durante la 180ª Olimpiade (fra il 60 e il 56 a.C.). In quell'occasione egli fu testimone della rabbia della gente che chiedeva la pena di morte per un cittadino romano reo di aver ucciso accidentalmente un gatto, animale sacro agli Egizi (Bibliotheca historica, 1, 41 e 1, 83). Il dato storico più recente invece è la menzione della vendetta di Ottaviano sulla città di Tauromenion, colpevole di avergli rifiutato l'aiuto che sarebbe stato necessario ad evitare la disfatta sul mare attorno al 36 a.C.Poiché Diodoro sembra non sapere che l'Egitto diventò una provincia dell'Impero romano - il che avvenne nel 30 a.C. - è presumibile che egli abbia scritto la sua opera prima di quella data. Diodoro stesso informa di aver dedicato trent'anni della propria vita (quindi all'incirca dal 60 a poco prima del 30 a.C.) alla realizzazione della sua Biblioteca, durante i quali compì numerosi e pericolosi viaggi in Europa e in Asia, utili alle sue ricerche. Alcuni critici hanno sollevato dubbi su tale testimonianza, perché il testo di Diodoro presenta alcuni errori in cui difficilmente un testimone oculare sarebbe incorso. Diodoro presenta la sua opera, la Bibliotheca historica, come una storia universale dalle origini del mondo alle campagne di Cesare in Gallia e in Britannia. Era composta da 40 libri, suddivisi successivamente in pentadi e decadi. L'opera non si è conservata integralmente. A noi sono giunti completi i primi 5 libri (sull'Egitto [libro I], sulla Mesopotamia, sull'India, sulla Scizia e sull'Arabia [II], sull'Africa settentrionale [III], sulla Grecia [IV] e sull'Europa [V]) e i libri XI-XX (dal480 e dai diadochi al 301 a.C.). Possiamo tuttavia trarre alcuni dati sull'opera e ricostruirne l'impianto, grazie ai numerosi estratti di epoca medievale (contenuti negli scritti di Fozio eCostantino Porfirogenito) e ai numerosi frammenti che ne rimangono. Dal momento che la parte finale è perduta, non si sa se Diodoro tenne fede ai suoi propositi di giungere fino alle campagne di Cesare o se, come sembra probabile, vi abbia rinunciato, fermandosi al 60 a.C. Nel proemio sono enunciate le finalità dell'opera: innanzitutto giovare a tutti gli uomini, garantendo loro la conoscenza di quella comune esperienza umana che è la storia e offrendo loro un insegnamento, esente da rischi, di ciò che è utile; quindi, secondo un'ideologia stoica, tentare di riunire sotto un unico ordinamento tutti gli uomini, tutti cittadini del mondo anche se divisi nello spazio e nel tempo. L'ambizioso progetto proemiale, però, si risolve, come eloquentemente rivela il titolo, in una biblioteca, in un'antologia delle fonti, un repertorio di libri – riletti, revisionati o copiati – di altri autori (Ecateo, Ctesia di Cnido, Eforo, Teopompo, Timeo, Duride, Ieronimo di Cardia, Polibio,Posidonio, gli annalisti romani). È poco corretto considerare Diodoro come mero ripetitore delle sue fonti, secondo un diffuso pregiudizio di matrice ottocentesca. In ogni caso la sua opera risulta molto utile agli studiosi moderni, poiché consente di recuperare, pressoché intatti nella loro forma originale, testi di autori altrimenti perduti. L'opera di Diodoro è infatti stata, giustamente, considerata alla stregua di un "libro-biblioteca", ossia un libro fatto di altri libri, quelli che, appunto, Diodoro leggeva e che ha riassunto o epitomato nella sua opera, la quale perciò svolge un fondamentale ruolo di conservazione e trasmissione del sapere. Il greco di Diodoro è quello della koinè, il greco colloquiale, nel quale si inseriscono talora tratti classicistici in puro attico.L'editio princeps della Biblioteca fu la traduzione latina che Poggio Bracciolini fece dei primi cinque libri (Bologna 1472). La prima riproduzione del testo greco avvenne per opera diVincentius Opsopoeus (Basilea 1535), ma era limitata ai soli libri XVI-XX. La prima edizione completa anche dei frammenti fu invece l'Edizione di Stephanus (Henry Estienne) (Ginevra 1559). La Bibliotheca historica (in greco antico Βιβλιοθήκη ἱστορική, Biblioteca storica), è un'opera di storia universale scritta da Diodoro Siculo. Consisteva di quaranta libri, suddivisi in tre sezioni. I primi sei libri sono di argomento geografico, e descrivono la storia e la cultura di Egitto (libro I),Mesopotamia, India, Scizia e Arabia (II), Nord Africa (III), Grecia ed Europa (IV - VI). Nella sezione successiva (libri VII - XVII) racconta la storia del mondo a partire dalla guerra di Troia fino alla morte di Alessandro il Grande. L'ultima sezione (dal libro XVII sino alla fine) riguarda le vicende storiche dei successori di Alessandro, sino al 60 a.C. o all'inizio della guerra gallica di Giulio Cesare nel 59 a.C. (la fine dell'opera è andata perduta, quindi non è chiaro se Diodoro abbia trattato l'inizio della guerra gallica, come aveva promesso all'inizio del suo lavoro, o se, come sembra, vecchio e stanco dalle sue fatiche, si fermò al 60 a.C.). Diodoro scelse il nome Bibliotheca in riconoscimento del fatto che stava assemblando un lavoro composito da molte fonti. Gli autori da cui trasse, che sono stati identificati, comprendono Ecateo di Abdera, Ctesia di Cnido, Eforo, Teopompo, Geronimo di Cardia, Duride di Samo, Diyllus, Filisto di Siracusa, Timeo, Polibio e Posidonio. L'immenso lavoro di Diodoro non è sopravvissuto intatto: abbiamo i primi cinque libri e libri dall'XI al XX. Il resto esiste solo in frammenti conservati in Fozio e negli estratti di Costantino VII Porfirogenito. La prima data menzionata da Diodoro è la sua visita nell'Egitto tolemaico durante la 180ª olimpiade (tra il 60 e il 56 a.C.). Questo viaggio fu contrassegnato dall'assistere all'ira di una folla che chiedeva la morte di un cittadino romano che aveva accidentalmente ucciso un gatto, animale sacro agli antichi Egizi (Bibliotheca historica 1.41, 1.83). L'ultimo evento menzionato da Diodoro è invece la vendetta di Augustosulla città di Taormina, che gli aveva negato il suo aiuto durante la sconfitta navale del 36 a.C. (16.7). Diodoro pare non sapere che l'Egitto divenne una provincia romana nel 30 a.C., quindi è probabile che abbia pubblicato l'opera completa prima di quella data. Diodoro dice di aver impiegato trent'anni per scrivere l'opera e di aver intrapreso molti viaggi rischiosi in Europa e Asia per le sue ricerche storiche. La critica moderna ha posto sotto esame questa affermazione, avendo notato molti errori che un testimone oculare difficilmente avrebbe commesso. Il libro sull' Egitto è interessante soprattutto per essere uno dei primi ad aver accennato ad un metodo d'estrazione mineraria chiamato a fuoco, utilizzato per indebolire e far cedere rocce contenenti oro. Consisteva nell'accendere un fuoco di fronte alla roccia contenente l'oro grezzo, per poi gettarvi sopra dell'acqua: lo shock termicoriduceva così la roccia in maneggevoli frammenti. Le condizioni di lavoro di erano molto dure, i minatori in prevalenza erano prigionieri di guerra o criminali. Una volta estratto, il minerale grezzo veniva sbriciolato manualmente e ridotto ad una polvere fine. Il passaggio finale consisteva poi nel lavare il minerale grezzo, per estrarvi la polvere d'oro e ciò richiedeva un flusso di acqua corrente. Questa doveva essere la parte più difficile da realizzare, visto che la gran parte delle miniere più ricche si trovava nella regione desertica della Nubia. L'attività mineraria in Egitto vantava una lunga e produttiva tradizione e la descrizione di Diodoro è una delle più antiche ad occuparsi di tale industria. Diodoro viene anche menzionato da Plinio il Vecchio in quanto è un caso raro tra gli storici greci di semplicità nell'intitolare la propria opera. Plinio, nel libro XXXIII della Naturalis historia, parlando di metodi minerari, menziona anche la tecnica a fuoco. E proprio questa tecnica rimase in voga anche nel Medioevo,a giudicare dalla descrizione fornitaci da Georg Agricola nel suo De Re Metallica, insieme alle relative illustrazioni. Prima dell'avvento degli esplosivi, era rischioso utilizzare la tecnica a fuoco sotto terra, a causa della tossicità dei prodotti scaturiti dalla combustione, in special modo il monossido di carbonio.
Πηγη: https://it.m.wikipedia.org/wiki/Diodoro_Siculo
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Bibliotheca_historica

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