Σάββατο, 26 Μαρτίου 2016

La fine della spedizione in Sicilia e la sconfitta dell'esercito ateniese da Siracusa 415AC

Dopo aver attaccato e vinto un presidio siracusano sul guado del fiume Cacipari, le forze di Nicia oltrepassarono il fiume Erineo ma la retroguardia di Demostene, circondata dalla cavalleria siracusana, bersagliata a distanza e ormai decimata dagli attacchi fu costretta alla resa. Nicia, senza sapere della resa di Demostene, distante oltre 30 stadi, proseguì la marcia con i suoi 18 000 opliti pesantemente armati per raggiungere le alte e franose sponde del fiume Asinaro. Qui i Siracusani e gli Spartani all'inseguimento degli Ateniesi, consigliarono a Nicia di gettare le armi, proprio come aveva fatto Demostene. Avendo deciso di non arrendersi, le truppe furono esposte al continuo fuoco dei dardi e dei giavellotti che ebbero l'effetto di aumentare la confusione tra le file dei superstiti. Accalcati sulle rive del fiume, senza aver organizzato alcuna protezione nelle retrovie, gli Ateniesi abbandonarono i ranghi per dissetarsi e in questo modo molti morirono per annegamento o furono calpestati nella rotta; altri soldati furono successivamente uccisi dalla dissenteria di cui le putride acque del fiume erano un facile veicolo. Nicia, rimasto solo a comando, propose ai Siracusani la pace secondo certe condizioni: le truppe sarebbero potute tornare a casa; Atene avrebbe risarcito i costi della guerra; ogni cittadino ateniese avrebbe dovuto versare a Siracusa un talento. I termini però furono rifiutati da Gilippo. Nicia così, cercò nuovamente una via di fuga durante la notte, ma venne scoperto dai Siracusani grazie a 300 soldati ateniesi passati dalla fazione nemica. All'ottavo e ultimo giorno di fuga, il 18 settembre 413 a.C., Gilippo e i suoi uomini sconfissero definitivamente l'esercito di Nicia presso il fiume Assinaro, oggi attuale Falcomara o Fiumara di Noto. I 7 000 superstiti ateniesi divennero tutti prigionieri finendo i loro giorni all'interno delle latomie, le cave di pietra siracusane, costretti ai lavori forzati sino alla morte o al meglio venduti come schiavi. Quei luoghi, infatti, privi di riparo dal caldo del giorno e dal freddo della notte, non lasciarono alcuno scampo per i prigionieri che sottoposti a dure condizioni di lavoro, morirono quotidianamente in gran numero tra le malattie e le sofferenze. « Nelle cave di pietra il trattamento imposto nei primi tempi dai Siracusani fu durissimo: a cielo aperto, stipati in folla tra le pareti a picco di quella cava angusta, in principio i detenuti patirono la sferza del sole bruciante, e della vampa che affannava il respiro. Poi, al contrario, successero le notti autunnali, fredde, che col loro trapasso di clima causavano nuovo sfinimento e più gravi malanni. Per ristrettezza di spazio si vedevano obbligati a soddisfare i propri bisogni in quello stesso fondo di cava: e con i mucchi di cadaveri che crescevano lì presso, gettati alla rinfusa l'uno sull'altro, chi dissanguato dalle piaghe, chi stroncato dagli sbalzi di stagione, chi ucciso da altre simili cause, si diffondeva un puzzo intollerabile. E li affliggeva il tormento della fame e della sete (poiché nei primi otto mesi i Siracusani gettavano loro una cotila d'acqua e due di grano come razione giornaliera a testa). Per concludere, non fu loro concessa tregua da nessuna delle sofferenze cui va incontro gente sepolta in un simile baratro. Per circa settanta giorni penarono in quella calca spaventosa. Poi, escluse le truppe ateniesi, siceliote o italiote che avevano avuto responsabilità diretta nella spedizione, tutti gli altri finirono sul mercato degli schiavi. »(Tucidide, La guerra del Peloponneso, VII, 87). Secondo Plutarco, gli Ateniesi inizialmente non credettero al racconto della sconfitta da parte di un forestiero che si pensava volesse mettere in subbuglio la città. Che il popolo ateniese fosse a conoscenza della messa in prigione dei sopravvissuti, ne sono una prova tre diversi e disgiunti frammenti di varie stele: uno ritrovato vicino al teatro di Dioniso, uno sull'Acropoli di Atene e uno a nord dell' agorà,  dai quali è possibile ricostruire il testo di un decreto in onore di Epicerde di Cirene (un trierarco?), datato 405/4 a.C. Su quest'affermazione gli storici e i filologi si dividono in chi pensa che la testimonianza di Demostene vada interpretata così com'è e chi considera la donazione delle 100 mine come un riscatto per liberare alcuni prigionieri. I generali Demostene e Nicia vennero giustiziati dopo un breve processo (secondo Plutarco si uccisero davanti alle porte della città),  nonostante la contrarietà di Gilippo, mentre i restanti sottufficiali vennero venduti come schiavi. Solo pochi sbandati riuscirono a raggiungere Gela eLentini confondendosi con la folla. Dei 50 000 uomini inviati da Atene, ne sopravvissero solo 7 000, ma in pochissimi tornarono in patria per raccontare la strage dell'esercito ateniese. Al riguardo, Plutarco racconta un aneddoto secondo cui i prigionieri ateniesi in grado di recitareEuripide venissero rilasciati dai soldati siracusani, segno che il tragediografo greco era molto amato a Siracusa. L'imponente vittoria fu poi ricordata dai Siracusani, che decretarono il giorno 26 del mese Carneo (gli inizi settembre del nostro calendario) una celebrazione annua in onore della ricorrenza chiamata Asinaria. A questa festa, attuata dopo l'approvazione del decreto di un certo Euricle, capo dei democratici, seguì probabilmente la coniazione di monete riguardanti la vittoria, come sostenne per primo Evans; lo studioso inglese ritiene che le monete siracusane recanti una raffigurazione di Nike, la dea della vittoria, non siano state emesse dopo la vittoria sui Cartaginesi (che avverrà sul finire del V secolo a.C.) ma ben prima, già dopo la vittoria contro gli Ateniesi. La monetazione di questo periodo viene denominataPentêkontalitra e tutte le monete presentano un'impronta piuttosto simile caratterizzata dalla presenta di Aretusa e di un carro con la testa di Nike in rilievo. Molte di queste, soprattutto quelle di Eveneto, presentano in esergo la scritta ΑΘΛΑ (termine per identificare l'armatura) che potrebbe essere anche un'allusione agli ateniesi ai quali, secondo Plutarco, i Siracusani dopo la battaglia di Assinaro sottrassero le armature e le «appesero agli alberi più belli e più alti che crescevano lungo il fiume [Assinaro]». Fu edificato, inoltre, un monumento nei pressi del fiume Asinaro, molto probabilmente da identificarsi con la cosiddetta Colonna Pizzuta, posta nei pressi dell'antica città di Eloro. Nei pressi del monumento, sulla sponda destra dell'Assinaro, sono presenti anche i resti di un secondo edificio di forma quadrata e coperto da una cupola. È possibile che la costruzione fosse una tomba, probabilmente contenente i corpi degli ateniesi recuperati dopo la prima battaglia del Porto Grande. La tesi di Tucidide mette in luce le scelte errate degli Ateniesi, che non conoscevano le reali dimensioni dell'isola né i popoli che vi abitavano, e poi dei generali in Sicilia che agirono per i loro interessi col solo obiettivo di assicurarsi una posizione di prestigio sul popolo: tutte queste decisioni, oltre alla follia, che non viene esclusa da Tucidide, lesero alla coordinazione e all'efficacia dell'esercito e portarono il caos. Altri scrittori cercano di rintracciare le cause della sconfitta ateniese secondo diversi punti di vista: Andocide incolpa l'ottusa politica estera degli Ateniesi che avevano la cattiva abitudine di indulgere ad alleanze deboli pretendendo poi di condurre guerre per conto di altri, e rammenta che gli ambasciatori di Siracusa, prima dell'avvio delle ostilità, avevano proposto ad Atene rapporti di amicizia, facendo rilevare che l'opzione della pace avrebbe portato maggiori vantaggi rispetto all'opzione di allearsi con Segesta e Katane; Per Isocrate l'impresa fu un puro atto di follia, perché gli Ateniesi non si vergognarono d'inviare un'armata contro chi mai aveva recato loro offesa, sperando così di dominare facilmente la Sicilia; Plutarco pone l'accento sui contrasti interni: affermava, ad esempio, che gli Ateniesi erano già da tempo pronti ad inviare un'altra spedizione in Sicilia, ma che a frapporre molti indugi fossero state le invidie politiche per i primi successi di Nicia. Così, solo nell'inverno del 414 a.C., si decisero a fornire il necessario aiuto; La disfatta di Atene ebbe un'enorme eco in patria e in tutta la Grecia, più che nella stessa Sicilia. Atene perse completamente la flotta, la cavalleria fuggita a Catania, e quasi tutti i soldati; in totale circa: 160 triremi e 10 000 uomini (fra un terzo e un quarto dei cittadini ateniesi). Le innumerevoli perdite non fecero che aumentare le critiche nei confronti della condotta dei generali, oltre che dei politici e persino degli indovini, responsabili di una sconfitta dalle proporzioni inaccettabili. La prestigiosa città attica aveva profuso un grande impegno nella ricerca della vittoria, dando fondo a molte delle sue risorse, sia in termini di armamento, che di denaro; risultò quindi quasi necessario trovare dei colpevoli. Enormi furono le conseguenze politiche di questa disfatta, tra le quali: la rinuncia di Atene a ulteriori mire espansionistiche nel Mediterraneo lasciando, ad esempio, lo spazio ai Cartaginesi per riprendere le loro conquiste in Sicilia. Anche Agrigento, che restò neutrale, ebbe una grande crescita economica e culturale dato che Siracusa, la maggior rivale, era impegnata nell'assedio. Ad Atene venne a mancare, inoltre, la credibilità, nonché la sua fama di protettrice delle città dellaIonia che Atene aveva affrancato al termine della seconda guerra persiana. Sfruttando il momento di debolezza, i re persiani ebbero l'occasione per riannettere le città finanziando, su proposta di Tissaferne, la rivale di Atene, Sparta. Le attese persiane non vennero deluse, infatti molte delle città ioniche optarono per un'alleanza con Sparta, considerando imminente la vittoria di quest'ultima su Atene. Ancora prima dell'annuncio del fallimento della spedizione ateniese, non mancarono casi di defezione dalla lega delio-attica, prima da parte dell' Eubea e poi da altre isole come quella di Lesbo. La disfatta ateniese rappresentò una grande perdita per le casse della lega delio-attica, determinando tra i membri una catena di ribellioni. Si può certamente dire che la disfatta ateniese fu l'inizio di un processo che si concluderà nel 411 a.C., col colpo di Stato oligarchico, in seguito alla decisione dei democratici di utilizzare il tesoro di 1 000 talenti di Pericle per il riarmo. In Sicilia invece nel 412 a.C. salirà al potere Diocle che attuerà alcune riforme tese a eguagliare lacostituzione di Siracusa a quella di Atene, approvando, per esempio, l'elezione a sorte dei magistrati. Nel 409 a.C. i Cartaginesi inizieranno nell'isola una nuova campagna, dopo più di 70 anni dall'ultima, che darà l'opportunità a Dionisio (406/5 a.C.) di emergere come tiranno a Siracusa.
Πηγή: https://it.m.wikipedia.org/wiki/Spedizione_ateniese_in_Sicilia

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