Τετάρτη, 3 Αυγούστου 2016

Pirro re greco della Epiro e libertadore della Sicilia antica greca contra gli Cartaginesi

Pirro (Πύρρος, Pýrros, "il colore del fuoco, rosso biondo"; 318 a.C. – Argo, 272 a.C.) è stato un militare greco antico, re dell'Epiro tra il 306 ed il 300 a.C. e di nuovo nel periodo 298 - 272 a.C. Appartenente alla casa degli Eacidi, che dichiarava di discendere da Neottolemo, figlio di Achille, ed imparentata agli Argeadi e quindi ad Alessandro Magno, dal 306 a.C. fu re della sua gente, i Molossi, tribù preponderante dell'antico Epiro nei periodi 288-285 a.C. e 273-272 a.C. La storia lo accredita come uno dei principali antagonisti della Repubblica romana. Fu uno dei condottieri alessandrini più rilevanti. Annibale pare lo ritenesse il più astuto degli strateghi. Fu però anche abile diplomatico e valido propagandista del proprio stesso mito: diffuse la voce che Achille e Eracle fossero suoi avi. Il libro di storie di Timeo di Tauromenio si conclude con le sue gesta e Plutarco gli dedicò una delle sue Vite parallele, raffrontandolo a Gaio Mario. Nel 278 a.C. Pirro ricevette due offerte allo stesso tempo: da un lato, le poleis siceliote gli proposero, in quanto genero di Agatocle, di scacciare i Cartaginesi dalla metà occidentale dell'isola; dall'altro, i Macedoni gli chiesero di salire al trono di Macedonia al posto di re Tolomeo Cerauno, decapitato nell'invasione della Grecia e della Macedonia da parte dei Galati. Pirro giunse a conclusione che le opportunità maggiori venivano dall'avventura in Sicilia, e decise di recarvisi. Nel racconto plutarcheo Pirro dice al compagno Cinea: « La Sicilia è vicina e ci tende la mano; è un'isola prospera e popolosa, facile da conquistare. Infatti in ogni città c'è disordine e anarchia e lo strapotere dei demagoghi dopo la morte di Agatocle. » La scelta di Pirro rinvia al desiderio di mettere in piedi un regno che unisse la grecità italiota e siceliota e che riuscisse a fronteggiare le potenze di Roma e Cartagine. In Sicilia, i Cartaginesi stavano tentando di avvantaggiarsi della instabilità politica dominante sull'isola determinatasi dopo la morte di Agatocle: le maggiori poleis erano in mano di signori locali (un Eracleide a Leontinoi, un Tindaro a Tauromenion, un Onomarco a Katane), mentre a Siracusa era stato eletto strategòs aurokrátor Iceta di Siracusa, che ricoprì la carica fino al 279 a.C. A Siracusa era in atto un conflitto interno, motivato dal rifiuto di concedere la cittadinanza ai mercenari di Agatocle ora senza padrone. Concordato con essi che avrebbero potuto vendere i propri beni e lasciare la Sicilia, essi si allontanarono da Siracusa, ma razziarono Gela e Camarina, per poi volgersi verso Messana, che fu occupata e ribattezzata Mamertina, dal nome che essi stessi si erano dato, "Mamertini" (preso a sua volta dal nome del dio osco della guerra, Mamer). Le scorribande mamertine erano coperte da Roma, che nel mentre aveva ampliato la propria sfera di influenza fino a Reghion (dove è inviata la legio Campana). In questo panorama, i Cartaginesi erano riusciti ad imporsi in tutta l'isola (segnatamente ad Akragas, ma anche a Gela, dove poi sarebbe passato il tiranno Finzia, che avrebbe raso al suolo la città e deportato la popolazione per fondare, nei pressi dell'odierna Licata, il centro di Finziade): solo Mamertina e Siracusa erano rimaste libere. Quando i Mamertini decisero di scagliarsi contro quest'ultima, Siracusa, insieme ad Akragas e Leontini, ricorse a Pirro, sperando, probabilmente, che l'intervento del condottiero epirota rappresentasse una fase transitoria. I Cartaginesi decisero a questo punto di accordarsi con i Romani, con i quali stipularono un trattato difensivo (il cui contenuto è riportato da Polibio, 3, 25), anticipando Pirro, che aveva la medesima intenzione. Nel 278 a.C. Pirro, dopo aver preparato la spedizione con l'invio di ambasciatori, riuscì a sfuggire alla flotta punica e ad approdare con 10.000 uomini a Tauromenion, appoggiato dal tiranno Tindaro. Di qui, seguito via mare dalla flotta, giunse trionfalmente a Siracusa, accolto come un liberatore. Nella polis aretusea riuscì a mediare tra Thoinon e Sosistrato: il primo è fattophróurarchos (cioè sovrintendente ai phrouria), il secondo è posto al comando dei mercenari.Stando a Polibio, ricevette la carica di eghemon e di basileus. Riprese la simbologia usata da Agatocle nella coniazione di monete d'argento (la testa di kore), segno del desiderio di richiamarsi all'ex suocero. Stessa cosa accade per le pregiatissime monete d'oro, con l'immagine della Nike. In gran parte per merito dei Siracusani, riuscì a mettere in piedi una flotta di duecento navi. Nominato così re di Sicilia, i suoi piani prevedevano la spartizione dei territori fin lì conquistati tra i due figli, Eleno (a cui sarebbe andata la Sicilia) e Alessandro (a cui sarebbe andata l'Italia). Nel 277 a.C. prese avvio il conflitto con i Cartaginesi: inizialmente furono conquistate facilmente Akragas, Eraclea Minoa, Selinunte, Halikyai e Segesta. Maggiore resistenza fu incontrata a Panormos e a Erice, la più munita fortezza filo-cartaginese sull'isola, e questo rese quasi naturale la defezione delle altre città controllate dai Punici. Lilybaion, invece, risultò inespugnabile: un assedio di due mesi risultò vano. I Cartaginesi avanzarono proposte di pace (tradendo l'accordo con i Romani), offrendo a Pirro la propria flotta per portarlo in Italia e qui attaccare Roma, ma questi rifiutò. Pare che a questo punto Pirro concepisse un piano analogo a quello che aveva condotto Agatocle a portare la guerra in Africa. Per questa ragione cercò di finanziare la costruzione di una flotta, imponendo alle poleis siceliote la spesa. Pirro cercò di reagire imponendo una vera e propria dittatura su tutte le città greche, che fece presidiare con forti guarnigioni ma con tali misure si alienò tutti i consensi. I Cartaginesi tentarono di trarne giovamento inviando una seconda armata in Sicilia e furono prontamente sconfitti. Tuttavia, Pirro, informato dai Tarantini che Roma era riuscita ad occupare gran parte della Magna Grecia e conscio della sua impopolarità tra i Sicelioti, decise poco dopo di abbandonare la Sicilia e di tornare in Italia. Al riguardo la tradizione afferma che il sovrano, rivolgendosi ad alcuni compagni poco dopo aver abbandonato l'isola, esclamasse: "Che meraviglioso campo di battaglia stiamo lasciando, amici miei, a Cartaginesi e Romani".
Πηγή: https://it.m.wikipedia.org/wiki/Pirro

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